Il gioco delle tre carte sulla pelle delle donne
di Simona Bavaro · Autrice
Il 30 settembre 2026, 576.477 firme venivano depositate in Cassazione per chiedere un referendum sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole.
Ventiquattro ore dopo, il governo rispondeva a quelle quasi seicentomila persone con l’entrata in vigore del Decreto Scuola.
Un decreto che prevede un taglio netto: 4 milioni di euro all’anno, per il 2026 e il 2027, spazzati via dal fondo destinato alle attività educative contro la violenza sulle donne e dirottati sul contrasto al cyberbullismo.
Otto milioni di euro in due anni.
Il fondo originario, istituito dalla legge di Bilancio per finanziare progetti nelle scuole secondarie su consenso, rispetto reciproco e integrità fisica, viene così più che dimezzato, passando da 7 a 3 milioni di euro annui.
La domanda è inevitabile: se la prevenzione della violenza di genere è una priorità pubblica, perché le risorse destinate a sostenerla diventano materia negoziabile, da ridimensionare quando si tratta di finanziare un’altra emergenza?
L'operazione è un classico del benaltrismo di Stato: mettere in atto una cinica “guerra tra poveri” per finanziare un’emergenza scoprendone un’altra.
Non si tratta di una gara tra fenomeni.
Il cyberbullismo merita certamente risorse, attenzione e strumenti adeguati, ma l’idea che per rafforzare la tutela dei minori in rete si debba definanziare la lotta alle radici culturali della violenza tra i banchi di scuola è una scelta politica ben precisa.
Attraverso una nota ufficiale, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha provato a difendersi, sfoderando il solito alibi burocratico: nessuna riduzione della priorità, solo una “semplificazione amministrativa”. Il precedente meccanismo di assegnazione - con il passaggio attraverso i Comuni - era troppo «farraginoso» e rischiava di impedire alle scuole di utilizzare concretamente i fondi.
Il decreto, secondo il Ministero, servirebbe dunque a rendere le risorse effettivamente disponibili e a consentire l’attivazione dei progetti educativi.
Si tratta di una retorica che sfiora il paradosso, mettendo in scena il più classico dei giochi delle tre carte: dal momento in cui il meccanismo amministrativo risulta troppo complesso, lo Stato non semplifica l’iter, ma ritiene più opportuno far sparire le risorse e farle riapparire altrove.
Come se l'incapacità delle istituzioni di gestire ed erogare i propri fondi possa diventare la giustificazione perfetta per definanziare la prevenzione.
L’efficienza della procedura riguarda come i fondi arrivano alle scuole; l’ammontare dello stanziamento riguarda quanto il governo ritiene che valga la vita e la sicurezza delle donne. Confondere i due piani è una cosmesi comunicativa che non cancella la realtà: mentre si gioca con le tre carte della burocrazia, con meno della metà delle risorse originarie la stragrande maggioranza degli istituti e delle studentesse rimarrà semplicemente tagliata fuori.
Il punto, infatti, non è una querelle contabile.
È un nodo culturale e ideologico, che diventa inevitabilmente anche politico.
Nel rapporto tematico sull’Italia del dicembre 2025, il GREVIO - il gruppo di esperte del Consiglio d’Europa sulla Convenzione di Istanbul - aveva già denunciato come l’insegnamento della parità di genere, del superamento degli stereotipi e della prevenzione della violenza rimanesse in Italia un fatto sporadico, a macchia di leopardo, affidato alla buona volontà dei singoli.
L’Europa chiedeva interventi effettivi, sistematici e strutturali.
Dietro questa ritirata non c’è solo un calcolo di bilancio, ma una precisa resistenza politica.
Ancora oggi si deve giustificare l’educazione al consenso contro le accuse reazionarie di “ingerenza nella famiglia” o di precocizzazione della sessualità.
Si continua a trattare la violenza di genere come un fatto privato o un’emergenza di ordine pubblico, rifiutando di scalfire le basi culturali su cui si fonda.
Perché la violenza comincia molto prima di diventare notizia da prima pagina.
Comincia quando la gelosia viene raccontata come un atto d’amore, quando il controllo viene scambiato per premura, quando il possesso viene normalizzato dentro una relazione.
Comincia nei modelli che insegnano ai bambini che piangere è da deboli e alle bambine che devono stare attente, proteggersi, evitare di provocare. Comincia nelle battute liquidate come innocue, negli stereotipi ripetuti senza essere messi in discussione, nell’idea che certi comportamenti siano inevitabili perché «gli uomini sono fatti così».
Non ogni stereotipo produce automaticamente violenza, e sarebbe sbagliato ridurre un fenomeno complesso a una sola causa. Ma è altrettanto sbagliato ignorare il ruolo delle disuguaglianze, dei modelli di genere e delle relazioni di potere nel rendere alcuni comportamenti accettabili e altri persino invisibili.
È su questo terreno che la prevenzione dovrebbe intervenire: non con spolverate di iniziative occasionali, affidate alla sensibilità dei singoli istituti o alla buona volontà degli insegnanti, ma con percorsi continuativi, obbligatori e adeguatamente finanziati.
E invece siamo ancora qui, a dover ribadire l’ovvio: che il rispetto si impara, che il consenso si educa, che la parità non si costruisce da sola. A doverlo spiegare, difendere e rivendicare.
Nel mentre continuiamo a registrare il finto perbenismo delle istituzioni.
Pronte a pronunciare cordoglio quando ormai è troppo tardi, a dispensare minuti di silenzio e retorica securitaria durante le giornate commemorative, ma del tutto indisposte a investire dove la violenza si previene per davvero.
Parallelamente, la conta delle vittime dell’anno in corso continua inesorabilmente a salire.
Dunque, finché la prevenzione alla violenza continuerà ad essere una voce di spesa sacrificabile, lo Stato continuerà ad essere complice strutturale di quella cultura che dichiara di voler combattere.
Quanto a noi, continueremo a piangere gli innumerevoli femminicidi, chiedendoci ipocritamente come sia potuto succedere.
